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Predicazione mese di maggio 2015 - 4a sett

Unità Pastorale di S. Egidio e S. Apollonia - Mantova
Mese di Maggio 2015 - quarta settimana
Aldo P.

Riflessioni dal Vangelo di Matteo

Prima serata.
Siamo alla conclusione di un ciclo dedicato ai tre vangeli sinottici.
I vangeli di Marco, Matteo e Luca hanno una struttura di fondo comune e sono quindi classificati come sinottici perché si distinguono dal quarto vangelo che ha una fisionomia invece tutta sua e presentano somiglianze tali da poter essere disposti su colonne parallele e letti simultaneamente con un unico colpo d’occhio, un unico sguardo per un confronto.
Con i due termini “questione sinottica” si indicherà poi il problema che nasce dal sostanziale accordo nel contenuto e nella formulazione del materiale evangelico e le numerose e sorprendenti divergenze nei particolari.
Ma andiamo adesso a presentare le caratteristiche del vangelo di Matteo, la sua specificità, mentre nelle prossime due serate proporremo alcuni spunti di riflessione intorno a due letture del vangelo di Matteo.
Nella chiesa delle origini il vangelo di Matteo era lo scritto del N.T. letto più di ogni altro e utilizzato più frequentemente. Nella storia del cristianesimo il vangelo di Matteo è stato il più popolare e da questa preferenza si comprende bene come Matteo venga citato fin dall’inizio al primo posto nell’ambito del canone neotestamentario, perciò si parla di primo vangelo, proprio perché apre il canone del NT.
Matteo è considerato il vangelo della comunità: è centrato sulla parola del Figlio che ci rende figli del Padre facendoci fratelli tra di noi. La fraternità è quindi la realizzazione del nostro essere figli. Nel rapporto con l’altro viviamo il rapporto con il radicalmente Altro.
Da una semplice lettura del testo si nota come esso sia stato composto da un autore il cui pensiero teologico è legato fortemente alle tradizioni giudaiche. Quello di Matteo è il vangelo che traccia un quadro completo, lineare della vicenda storica di Gesù dalle origini fino alla risurrezione e si chiude con l’apparizione agli Undici e il conferimento del mandato di fare discepoli tutti i popoli.
Ma chi è Matteo?
Egli è ricordato in tutte le liste dei dodici apostoli. Aveva anche un altro nome perché Luca, nel capitolo quinto, lo chiama Levi e Marco, nel capitolo secondo, precisa “Levi, figlio d’Alfeo”. E’ precisato anche che era pubblicano, cioè riscuoteva le tasse alla dogana vicino Cafarnao.
La prima testimonianza viene da Papia, vescovo nella Frigia, il quale non definisce lo scritto di Matteo un vangelo, ma dice che Matteo ordinò i detti, mise per iscritto in lingua ebraica e ciascuno li tradusse o interpretò come potè. (precisiamo che per lingua ebraica bisogna intendere quella parlata comunemente dagli ebrei del tempo, cioè l’aramaico).
Questa informazione ha costituito la base per la tradizione successiva della Chiesa sulla paternità del primo vangelo. Il Matteo nominato da Papia fu gradualmente identificato con l’apostolo dello stesso nome che è citato nelle liste degli apostoli.
Ci sono però serie difficoltà circa l’ipotesi che il Matteo attuale sia stato scritto in aramaico. Il vangelo di Matteo non ha le caratteristiche di una traduzione. Vi sono giochi di parole che sono possibili solo in greco. Il vangelo che noi possediamo non è una traduzione, ma è stato composto in greco già alla prima stesura.
E’ quindi possibile sostenere un testo originario aramaico di Matteo soltanto ammettendo che il Matteo greco è una revisione completa e sostanziale dell’originale aramaico e non una semplice traduzione.
Matteo, l’apostolo, non può essere allora l’autore diretto del Matteo greco canonico, ma solo l’apostolo che dà autorevolezza e garanzia ecclesiale allo scritto.
Matteo è il più giudaico e il più palestinese di tutti i vangeli, ed è quello che dà più spazio ai rapporti fra Gesù, gli scribi e i farisei, ed è il più interessato al rapporto dello stesso Gesù con la Legge e il giudaismo. Matteo cita usanze giudaiche, sottolinea la missione personale di Gesù per Israele, cita l’AT più spesso di Marco e di Luca.
Il vangelo di Matteo è scritto in buon greco, che risente quindi di una forte impronta semitica . Possiamo dire che Matteo è un genio bilingue: scrive si in greco, ma pensa in ebraico.
Tutto ciò conferma che questo vangelo è stato composto per ambienti cristiani di estrazione giudaica che dovevano essere familiarizzati con le grandi tradizioni religiose del giudaismo.
Non vi è alcuna tradizione precisa sulla data di composizione, perciò è complesso indicarne il tempo esatto. Tra gli scrittori antichi l’unico a proporre una data è Ireneo. Secondo la sua testimonianza la composizione di Matteo sarebbe contemporanea alla predicazione di Pietro e Paolo a Roma.
Sulla base di indizi interni la data di composizione dell’opera va posta dopo la caduta di Gerusalemme del 70 d.C.
Mt 22,7 porta a stabilire una data successiva alla caduta di Gerusalemme per l’allusione all’evento contenuta nel castigo degli invitati alle nozze del re, un’allusione che non è contenuta nel racconto parallelo di Luca 14,21.
Si può pensare ad una redazione fra l’80 e il 90 d.C.
E’ evidente una forte maturazione delle tradizioni evangeliche rispetto a Marco; la presenza dei racconti dell’infanzia di Gesù così ricchi, suppone un tempo lungo di riflessione, di attenta e profonda maturazione di queste tradizioni.
Riguardo, invece, il luogo di composizione il vangelo di Matteo deve essere stato composto in una zona in cui l’ebraismo esercitava ancora una certa influenza o nella Palestina del nord, oppure nella parte della Siria a essa attigua, quindi Antiochia.
L’origine palestinese non è però possibile perché le comunità cristiane sono state distrutte nella rivolta ebraica del 66-73 d.C. Rimane Antiochia di Siria che dopo Roma e Alessandria, era considerata la terza metropoli di allora, e dal 64 era sede del governatore romano della provincia di Siria.
Matteo ha un profondo interesse per la dottrina di Gesù. E Matteo è un eccellente portavoce dell’esperienza della chiesa primitiva. I cinque grandi discorsi (Discorso della Montagna - Discorso Missionario - Discorso in parabole – Discorso relativo alla Chiesa,ecclesiale – Discorso escatologico - ), che segnano il vangelo di Matteo, sono una preziosa e forte indicazione della dimensione catechetica del vangelo di Matteo. Domina in Matteo la presentazione di Gesù maestro in un contesto narrativo che vede l’alternanza tra insegnamento (appunto i discorsi) e i racconti storici (l’aspetto quindi biografico).
Matteo è cosciente di narrare la parte centrale di una storia già cominciata con l’AT, e destinata a continuare con i discepoli di Gesù. Non per niente egli parte dal passato, con la genealogia di Gesù e annuncia il futuro alla fine, quando Gesù risorto conferisce ai discepoli il mandato di predicare e fare discepole tutte le genti. Il carattere giudaico-cristiano di Matteo è evidente nella sua concezione di Gesù come compimento dell’AT, tema preminente in Matteo rispetto a Marco - Luca.
Matteo può essere chiamato lo “scriba” cristiano e il suo scopo è chiarire un punto essenziale: Gesù è il Messia, il nuovo Mosè, il Nuovo Israele e l’adempimento della Legge e dei Profeti.
Matteo è l’unico fra i quattro evangelisti a usare il termine tecnico Ekklesia, Chiesa, e ciò non avviene a caso, bensì lo impiega due volte: nel discorso che giustamente si chiama ecclesiale e una volta in un passo impegnativo in cui parla della Chiesa del Messia edificata sulla confessione di fede di Pietro.
C’è un itinerario teologico chiaro, che attraversa tutto il vangelo e che va da Israele, attraverso l’insegnamento e l’opera di Cristo, alla Chiesa. La ricapitolazione della storia di Israele nella persona e nella missione di Gesù si conclude prefigurando l’azione missionaria della chiesa in vista della evangelizzazione di tutti i popoli.
Gesù proclama il Regno, ma secondo l’uso ebraico, perciò Matteo in genere evita l’espressione “Regno di Dio”, a favore di “Regno dei cieli”.
A conclusione di questa breve predicazione possiamo dire che il vangelo di Matteo fa una presentazione di Gesù, della sua vita, delle sue parole e delle sue opere maestosa e solenne, dove riluce particolarmente il fascino profondo della terra, della religiosità e del mondo giudaico di Gesù.
Domani sera seconda serata di predicazione dedicata ai primi cinque versetti del capitolo diciotto che aprono il quarto grande discorso di Gesù.

Seconda serata.
Mentre ieri sera abbiamo brevemente considerato specificità e caratteristiche del vangelo di Matteo, questa sera volgiamo lo sguardo, invece, al testo ed in particolare proponiamo i primi cinque versetti del capitolo 18 che aprono il quarto grande discorso di Gesù sulla comunità.
"In quell’ora si avvicinarono i discepoli a Gesù dicendo: Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli? E, chiamato innanzi un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: Amen vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli.
Chi dunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel Regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini nel mio nome accoglie me."
Così dunque esordisce Gesù nel quarto discorso. La Parola del Figlio si realizza nella comunità dei fratelli. Il Regno del Padre si compie nella fraternità tra i suoi figli. Nel rapporto col fratello si vive il rapporto con il Padre.
La comunità cristiana non è formata da persone esemplari, non è formata da persone eccezionali ma di piccoli, di perduti, è formata da peccatori perdonati che a loro volta perdonano.
La comunità cristiana è una comunità dove ci si accoglie come noi siamo stati accolti.
Ne capitolo 18 ci sono i cardini dello stare insieme e ciò che unisce non è la bravura reale o presunta, ma la piccolezza accolta nel Figlio. Ciò che mantiene l’unione non è l’accordo impeccabile e perfetto, ma il perdono costantemente ricevuto e accordato.
L’obiettivo da perseguire è, paradossalmente, diventare bambini. Chi è piccolo ha bisogno di essere accolto per crescere, chi è grande deve farsi piccolo per accogliere – e il più piccolo è il più grande-.
I limiti propri e altrui, dove non sono accettati, diventano luogo di difesa e attacco, di violenza e divisione; al contrario dove vengono accettati, diventano invece luogo di gioia, di intesa, di comunione. L’altro sempre mi fa da specchio. Per questo l’altro è l’inferno o la mia salvezza. Ma non posso farne a meno. Senza l’altro non sono me stesso, sono infatti a immagine di Dio che è trinità di amore.
Accostiamoci adesso ad alcuni passaggi del testo.
Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli? Questa domanda posta dai discepoli dà occasione al discorso sulla comunità.
Lo stare assieme, necessario all’uomo per realizzarsi, è sempre sotteso dalla domanda: “Chi è il più grande”. Si cresce nell’imitazione, nel confronto, nell’emulazione. In Matteo la domanda riguarda semplicemente il criterio di misura per dire chi è più grande.
Tutto il discorso di Gesù si svolge con al centro un bambino, con il quale lui stesso si identifica. La comunità ha al suo centro il limite, la piccolezza, la fragilità, la vulnerabilità.
Gesù dice che c’è da invertire il modo di pensare e di vivere. Non guardare e non agire secondo i grandi della terra. Noi siamo chiamati ad avere gli stessi sentimenti di Gesù, il Figlio.
Gesù non ci dice di essere bambini ma di diventare come i bambini. Ed è quel nascere alla propria verità di figli che è la nostra grandezza.
L’uomo adulto, allora, è quello che si riconosce figlio: è stato accolto, si accoglie e accoglie. Bambini, allora, non si nasce , ma si diventa con una lenta maturazione psicologia e spirituale. L’illuminazione consiste nel diventare bambini, nel vedersi figli. Chi si sente un padreterno, non è figlio né fratello di nessuno.
Nel Regno di Dio Padre entrano i figli e questi sono quanti vivono da fratelli.
Paradossalmente uno diventa adulto diventando piccolo. Diversamente invecchia insoddisfatto, restando eterno bambino in senso negativo. E così cercherà di riempire il suo bisogno di amore con il possesso di cose e di persone, ma sarà sempre infelice e vuoto, come un sacco senza fondo che nulla può riempire. La sua vita sarà non un diventare bambino ma un regredire allo stato di un bambino non accolto e frustrato, depresso e violento che vuole avere tutto nella sua mano per paura che tutto gli venga meno.
Gesù risponde alla domanda iniziale dei discepoli. Il più grande nel regno del Padre è quello che somiglia a lui, il Figlio, che tutto riceve in dono e tutto dona, fino al dono di sé.
Siamo all’ultimo passaggio.
Chi accoglie nel mio nome accoglie me dice ancora Gesù. Il bambino è bisognoso di accoglienza, atto fondamentale dell’amore. Uno è in quanto è accolto, e in quanto accolto diventa accogliente ed accogliere è la vera grandezza di chi si fa piccolo per lasciare posto all’altro. Un restringersi che è un dilatarsi. Il nostro accogliere i più piccoli è salvezza nostra perché accoglienza del Figlio. Per entrare nella comunità cristiana, per rimanervi non bisogna salire ma tornare indietro, convertirsi, non sentirsi grandi, ma farsi piccoli. E più l’uomo si svuota di sé, più si mette nella condizione di essere riempito. La base di misura dei cristiani non è la grandezza o la potenza, ma l’umiltà che è il segreto per la buona riuscita dei rapporti comunitari.

Terza serata.
Dopo i primi versetti del capitolo 18 proposti ieri sera che sono parte del quarto grande discorso di Gesù, questa dirottiamo l’interesse sui versetti finali del capitolo 28 che chiudono il vangelo di Matteo.
"Ora gli undici si recarono in Galilea, sul monte, dove aveva ordinato loro Gesù, e, vistolo, adorarono; alcuni però dubitarono. E, avvicinatosi, Gesù parlò loro dicendo: Mi fu dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque, e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quanto vi ho comandato; ed ecco: io sono con voi tutti i giorni, sino al compimento del mondo."
Andate dunque, e fate discepoli tutti i popoli, dice Gesù agli undici. Terminata la sua missione, quelli che lo hanno accolto cominciano il loro cammino. Chi, in lui, ha scoperto il proprio nome di figlio, lo realizza, come lui, andando verso i fratelli, andando incontro all’altro, fino a che il nome del Padre sia santificato su tutta la terra.
Il Risorto non ha esaurito il suo compito, né si assenta dal mondo: è invece presente come - Dio con noi- perché in ciascuno si compia ciò che in lui è già compiuto.
Coloro che sono inviati, non sono maestri. Uno solo è il Maestro. Sono e restano sempre discepoli, che imparano. E sono undici, non dodici. Uno manca. La comunità è strutturalmente imperfetta: il peccato e il tradimento sono sempre presenti, anche in chi ascolta la Parola. Ma il peccato non esclude dal Regno. E se si esclude dal banchetto il peccatore si esclude il Signore stesso, che banchetta con i peccatori. E come non pensare a Gesù che in croce non urla “ladro-assassino” al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio.
Agli undici viene chiesto di recarsi in Galilea. La Galilea delle genti è il luogo dove Gesù ha vissuto la vita di ogni giorno, e iniziato il suo annuncio. E’ in Galilea, luogo della vita quotidiana e dell’ascolto, che il discepolo, ancora lo incontra.
E l’incontro è sul monte , dove aveva ordinato loro Gesù. Non è un monte qualsiasi, è un monte preciso. Interessante osservare come in Matteo ci siano vari monti teologici: c’è quello dove il Figlio annuncia la volontà del Padre, quello dove si ritira a pregare, quello dove guarisce i malati e quello della trasfigurazione, dove risuona la voce del Padre che dice di ascoltare il Figlio.
E vistolo gli undici adorarono. Adorare è portare alla bocca, baciare. Alcuni però dubitarono. Si è sempre colti da dubbio e paura. E’ necessario, vitale che i dubbi escano. Una fede che non li conosce, forse semplicemente li evita. Per mancanza di fede. Fede che è l’unica forma di rapporto con Dio e che può comportare il succedersi anche di momenti drammatici di oscurità, il vivere l’esperienza della notte.
Gesù, avvicinatosi, parlò loro. Tutto il vangelo mostra come il Signore si faccia vicino e parli e sia in costante dialogo. E chi ascolta, vede e adora diventa figlio e quindi inviato ai fratelli.
Gli apostoli non devono ammaestrare, ma rendere gli uomini discepoli dell’unico Maestro. Discepolo è colui che è battezzato. Ma non nell’acqua bensì in Dio, del cui Spirito si respira e vive. I pescatori di Galilea saranno pescatori di uomini . Il Figlio li ha pescati dall’abisso per battezzarli nella luce; ora pescheranno i fratelli, facendo agli altri ciò che lui ha fatto a loro, insegnando loro a osservare quanto comandato, cioè fare la volontà del Padre, come il Figlio ci ha insegnato. Il comando è amare il Padre e i fratelli con lo stesso amore del Figlio.
Attenzione. Non siamo orfani. Non siamo abbandonati. Io sono con voi tutti i giorni sino al compimento del mondo. Il figlio è sempre nostro fratello. Il suo essere con noi rende possibile il nostro essere con lui. Il Risorto è presente tutti i giorni, ci viene incontro ogni giorno e ogni ora in cui, con fedeltà e saggezza,ascoltiamo e facciamo quanto lui ha fatto e detto. Siamo alla conclusione.
Il tempo è, insomma, un cammino, la cui meta è essere con colui che da sempre e per sempre è con noi.
E ciò sarà quando, attraverso la testimonianza dei discepoli, tutti diventeranno figlio e fratelli. A quel tempo cesseremo di essere, come troppo spesso siamo, una moltitudine di indifferenti.

AllegatoDimensione
Vangelo di MATTEO-AldoPavani_rev1.pdf639.11 KB